Non è esattamente né poesia né filosofia.
Si tratta di quei bisogni atavici, che riguardiamo come coni di luce, sulle ombre di una parola languida.
Un nome, un discorso, un fatto.
Come sembrare storpi quando si guarda il volo delle aquile.
Come sembrare ignari quando ci sporgiamo sulla finestra dell’oblio.
C’è un bisogno viscerale di trascendenza.
Incondizionato, limitante e ambiguo.
Come voler lisciare, quasi per caso, le note della vita.
Per un solo istante, magari, ruggisce di bello anche l’ignoto…
…è che siamo troppo fluidi per non avere un’anima.
ma anche si.